Il networking non nasce da uno scambio di biglietti da visita. Quanti ne hai nel casssetto? Forse vanno bene per accendere il caminetto 😉
Nasce da un’esperienza veramente condivisa, da qualcosa che mette le persone nella condizione di presentarsi, conoscersi, dialogare, sentirsi presenti in modo autentico. In altre parole: da una relazione.
L’arte, da sempre, lavora su questo piano. È relazione con la parte più istintiva dell’essere umano: il senso del bello, il gusto, il piacere, la curiosità. È un linguaggio che non richiede competenze tecniche per essere compreso, ma disponibilità all’ascolto. Ed è proprio questo che la rende uno strumento potente nei contesti di networking aziendale.
Viene spontaneo chiedersi: come può un evento spoglio, neutro, privo di stimoli estetici favorire davvero le relazioni?
In ambienti anonimi le persone tendono a restare sul formale, a parlare per ruoli, non per visione. L’arte, invece, introduce un terzo elemento nella relazione: qualcosa che non sei tu, non sono io, ma che ci mette in dialogo. Davanti a un’opera la conversazione non parte da “cosa fai”, ma da “cosa vedi, cosa senti, cosa pensi”. Ed è lì che il networking smette di essere forzato.
In questo senso, l’arte diventa un catalizzatore relazionale.
Non intrattiene semplicemente, piuttosto crea il contesto che ti permette di intrattenere rapporti con le persone. Se intrattenesse, distrarrebbe.
Non guida nemmeno la conversazione, piuttosto la rende possibile.
Favorisce un clima in cui il confronto nasce in modo spontaneo, senza bisogno di strutture da bon ton o dinamiche preimpostate.
C’è poi un secondo aspetto, spesso sottovalutato.
Molte aziende desiderano fare networking “indiretto”: vogliono essere ricordate, associate a determinati valori, senza dover continuamente parlare di sé. Ma si trovano senza contenuto. Senza un elemento che accompagni l’incontro e lo renda memorabile.
L’arte, in questo senso, è uno dei contenuti indiretti più efficaci che esistano.
Un’opera, una mostra, una collaborazione artistica generano conversazioni spontanee, stimolano domande, attivano storytelling. Diventano un linguaggio condiviso attraverso cui l’azienda si racconta senza esporsi. Non dichiara i propri valori: li mostra.
Nel frattempo accade anche qualcos’altro.
Le persone vivono un momento di piacere, di svago, di qualità del tempo e, nello stesso tempo, l’impresa rafforza la propria reputazione, dimostra attenzione alla cultura, contribuisce alla Responsabilità Sociale d’Impresa. Relazioni, esperienza e impatto sociale convivono nello stesso gesto.




Tutto questo non può accade per caso, per mano di “tuo cuggino”.
L’arte è un linguaggio potente, ma complesso. Per funzionare nel mondo B2B ha bisogno di essere interpretata, curata, inserita in una visione strategica. Non basta “mettere dell’arte”: serve sapere quale arte, con quale artista, in quale contesto e con quale intenzione.
Le collaborazioni culturali che non sono decorazione o intrattenimento, diventano così progettazione relazionale e quando sono pensate con competenza, il networking smette di essere un obiettivo ossessionante e diventa una conseguenza naturale.
Articolo di Deborah Mendolicchio