Quando si parla di pubblicità su Google, la domanda arriva puntuale come un orologio svizzero: “Quanto ci mettiamo a vedere i risultati?”
E la risposta, per quanto scomoda, è sempre la stessa: dipende. Ma soprattutto: non dopo sette giorni.
Il mito della performance istantanea
Viviamo in un mondo che ci ha abituato a tutto e subito. Premi un tasto, arriva un pacco. Tocchi lo schermo, si accende una conversazione. E allora sembra normale pensare che anche la pubblicità online funzioni così: versi il budget, schiacci invio e zac, piovono contatti e vendite.
Spoiler: non funziona così. Non su Google, almeno. E non se vuoi fare le cose fatte bene.
Google Ads è uno strumento potente, ma è uno strumento statistico. È un algoritmo che lavora su base probabilistica.
Significa che ha bisogno di tempo e di dati per capire chi sono i tuoi clienti, quali sono le parole che convertono, che tipo di comportamento hanno le persone che ti interessano davvero.
E senza dati, Google non è in grado di fare magie. Non può indovinare. Deve imparare.
L’importanza della fase di apprendimento
All’inizio di ogni campagna, la cosa più sensata da fare è raccogliere dati. Osservare. Capire cosa succede quando si attiva il motore.
Non si parte subito a razzo con target iper-dettagliati, restrizioni stringenti e mille variabili bloccate: così facendo, si impedisce a Google di lavorare.
Se l’account è nuovo, se i dati sono pochi o assenti, l’algoritmo non ha punti di riferimento. E quindi sbaglia. Giustamente.
Serve una fase di apertura, in cui si lascia respirare la campagna. In cui si fanno delle scelte intelligenti, ma non troppo rigide. In cui si guarda cosa succede quando si lancia un messaggio sul mercato.
E poi, quando cominciano ad arrivare le prime 10, 15, 20 conversioni reali, allora si può iniziare ad affinare il tiro.
È lì che si comincia a ottimizzare davvero. Ma prima, no: prima si impara.
La fretta brucia il budget (e le possibilità)
Uno degli errori più comuni è la fretta.
La fretta di vedere qualcosa che si muove. La voglia di rassicurazione immediata. L’ansia di giustificare l’investimento.
Ma la verità è che la fretta, in pubblicità, è una cattiva consigliera.
Una campagna interrotta dopo una settimana, magari perché “non arrivano risultati”, è una campagna che non ha avuto nemmeno il tempo di sbagliare, figurarsi di migliorare.
E questo atteggiamento – comprensibile, per carità – finisce per bruciare budget e potenziale.
Perché i primi giorni servono per scoprire cosa funziona e cosa no.
Per testare le parole chiave, i messaggi, le pagine di atterraggio.
Per vedere chi clicca, chi si ferma, chi converte.
E ogni click, ogni visita, ogni interazione è un’informazione preziosa che aiuta a costruire una strategia migliore.
Ma se non le lasciamo sedimentare, quelle informazioni non servono a nulla.
Quando è il caso di fermare una campagna?
Non è che una campagna va sempre portata avanti a oltranza. Assolutamente no.
Ci sono casi in cui va stoppata, certo. Ma non dopo sette giorni.
Se dopo settimane di lavoro (vero lavoro: aggiustamenti, test, analisi) la campagna non converte, se hai fatto tutti gli step giusti e ancora non c’è segnale, allora sì: ha senso fermarsi e ripensare tutto.
A volte può essere utile ripartire da zero, ma con in mano i dati raccolti.
Non è un fallimento: è apprendimento.
È parte del processo.




Educare alla visione di lungo periodo
Questa cosa – lo dico sinceramente – è una delle più difficili da far passare.
Perché il cliente vuole i risultati, giustamente. E li vuole subito.
Ma Google non ragiona in fretta. Ragiona in profondità.
E per arrivarci, serve fiducia. Serve visione.
Serve la consapevolezza che il vero valore si costruisce nel tempo. Non con una botta di fortuna.
Certo, potrei dire “proviamo un mese e vediamo come va”.
Ma sarebbe una bugia.
E siccome non voglio vendere fumo, io quei lavori lì li rifiuto.
Perché so già che dopo un mese la campagna non sarà ancora al massimo del suo potenziale. E il cliente sarà scontento. E io anche.
Conclusione
Fare pubblicità su Google non è un colpo di dadi.
È un lavoro preciso, lento, costante.
E se c’è una cosa che può davvero fare la differenza, è la pazienza.
La pazienza di aspettare che l’algoritmo impari.
La pazienza di leggere i dati.
La pazienza di ottimizzare, giorno dopo giorno.
È solo così che si costruiscono risultati solidi.
Tutto il resto è fuffa.
Articolo di Gabriele De Florio