La settimana scorsa eravamo seduti a un tavolo, in una riunione operativa con alcuni partner. Si parlava di un progetto complesso, di obiettivi, di direzione. A un certo punto qualcuno ha detto: “E se facessimo un rebranding?”
Silenzio. Poi, quasi senza accorgercene, la conversazione è deragliata. Colori. Font. Immagini. Moodboard. Stili grafici. Per più di mezz’ora nessuno ha più nominato il valore del progetto. Nessuno ha parlato del perché fossimo lì. Nessuno si è chiesto se ciò che stavamo costruendo fosse davvero percepibile, utile, rilevante per il pubblico a cui ci rivolgevamo.
È una dinamica fin troppo comune.
Viviamo in un mondo profondamente visivo. Lo scroll è il nostro gesto quotidiano, l’immagine il primo filtro, l’estetica il primo contatto. È naturale, quindi, che quando qualcosa “non funziona” la prima tentazione sia toccare l’involucro: cambiare colori, rinfrescare il logo, sistemare il sito.
Ma proprio perché tutto è diventato visivo, è ancora più facile dimenticare una verità semplice: le persone non comprano colori. Comprano valore.
La UVP come nucleo, non come accessorio
La Unique Value Proposition non è una frase da mettere in homepage. Non è uno slogan da presentazione. È il nucleo di tutto.
Una UVP efficace deve essere chiara, concisa e soprattutto orientata al beneficio. Deve spiegare quali problemi risolvi, per chi li risolvi e perché dovrebbero scegliere te – non in astratto, ma rispetto a tutte le alternative che il mercato offre. Questo è il cuore di qualsiasi comunicazione di vendita. Tutto il resto viene dopo.
Colori, immagini, payoff, video, reel, musiche: sono spezie. Possono rendere il piatto più interessante, più memorabile, più appetibile. Ma restano spezie. Il piatto principale è un altro: il valore reale del tuo servizio.
Perché ti hanno scelto? Cosa hai risolto davvero? Cosa sai fare tu che altri non fanno – o non fanno allo stesso modo?
Se queste risposte non sono chiare, ogni intervento estetico diventa un tentativo di compensazione.
Quando la forma cerca di nascondere l’assenza di sostanza
Un piatto può essere ben impiattato, profumato, colorato. Ma senza una materia prima di qualità, resta vuoto. Nel marketing succede la stessa cosa. Senza “ciccia”, ogni aggiunta è solo un trucco per mascherare un problema più profondo.
Se vuoi emergere dal rumore di fondo, se vuoi guidare una decisione di acquisto, se vuoi costruire fiducia e reputazione, devi partire da ciò che hai di migliore. Non da ciò che appare meglio, ma da ciò che è meglio.
Raccontare valore significa esporsi. Significa prendersi la responsabilità di dire cosa fai, come lo fai e perché ha senso farlo proprio così. È più scomodo che scegliere un font. Ma è l’unica strada che regge nel tempo.
L’AI ha cambiato le regole del gioco (anche qui)
C’è poi un altro elemento che oggi non possiamo ignorare. Viviamo in un mondo sempre più “scansionato” dall’intelligenza artificiale.
Per anni è stato possibile sopravvivere raccontando fuffa ben confezionata. Oggi quello spazio si sta riducendo rapidamente.
L’AI confronta ciò che dici con migliaia di altri contenuti. Analizza coerenza, profondità, ricorrenza dei concetti, riscontri esterni. Già oggi la SEO, le overview e i risultati di sintesi non premiano la grafica, ma il valore espresso: nei testi, nei casi, nelle esperienze, nelle parole dei clienti.
Un redesign grafico non è un posizionamento. Una UVP solida, sì.




Essere trovati domani significa avere valore oggi
Domani non sarai cercato perché hai il sito più bello. Sarai cercato se sarai in grado di offrire contenuti di valore unico, leggibile, riconoscibile, confrontabile.
La Unique Value Proposition diventa quindi ciò che devi raccontare ovunque: nei contenuti, nelle conversazioni, nei progetti. È ciò che ti rende trovabile, selezionabile, sceglibile. Non perché gridi più forte, o perché presenti in maniera colorata ma perché dici qualcosa che ha senso.
Perché alla fine è sempre così: se non dai valore, finirai nei contenitori della fuffa.
E da lì è molto difficile uscire.
Articolo di Alessandro Villa