Negli ultimi anni, i social media hanno trasformato il modo in cui comunichiamo e ci relazioniamo. Ma con questa rivoluzione sono emerse anche strategie discutibili, come il rage baiting, un termine che molti di noi potrebbero non conoscere, pur avendolo incontrato. Cos’è il rage baiting?
La definizione di rage baiting
Il rage baiting rappresenta una deriva estrema del più noto click baiting. Mentre quest’ultimo punta a generare clic attraverso titoli sensazionali, il rage baiting si basa su contenuti progettati per suscitare indignazione o rabbia negli utenti. Che si tratti di post, video o commenti sui social, l’obiettivo è sempre lo stesso: manipolare le emozioni per stimolare una reazione di pancia e, conseguentemente, aumentare il coinvolgimento.
Pensiamo a quando ci imbattiamo in un post così assurdo da costringerci a commentare, anche solo per dire: “Ma come si fa a scrivere una cosa del genere?” In quel momento, senza rendercene conto, siamo diventati parte del meccanismo che alimenta la visibilità di quel contenuto.
Il caso Winta Zesu
Uno degli esempi più lampanti è quello di Winta Zesu, una influencer newyorkese che basa la sua strategia proprio sul rage baiting. I suoi contenuti, volutamente esagerati e provocatori, attirano un misto di invidia e indignazione. Eppure, questa strategia le ha permesso di mantenere una presenza costante online, trasformando la rabbia degli utenti in visibilità e, in ultima analisi, in profitto.
Non è un caso isolato. Il rage baiting è una pratica calcolata e diffusa, sostenuta da una psicologia raffinata che sfrutta le emozioni più forti dell’essere umano. Ma cosa spinge i creatori di contenuti a perseguire questa strada?
Algoritmi e interazioni: un mix esplosivo
Un utente di Reddit lo ha spiegato in modo semplice: “Gli algoritmi non guardano al motivo per cui interagiamo con un contenuto; registrano solo che abbiamo interagito.” Quando commentiamo un post indignati, quando lo condividiamo per mostrare il nostro disappunto, alimentiamo il suo successo.
È una dinamica ben nota nei social media, dove il coinvolgimento è prioritario rispetto alla qualità o all’intenzionalità delle interazioni. “Divertimento, politica e profitto” sono i tre pilastri su cui si regge il rage baiting, con l’ultimo che spesso rappresenta il motore principale.
Il prezzo del rage baiting
Il problema non si limita alla singola reazione: l’esposizione costante a contenuti provocatori altera il nostro modo di vivere il mondo online e offline. Gli psicologi parlano di bias di negatività, una tendenza a concentrarsi sugli aspetti peggiori delle situazioni. Quando i feed social ci bombardano di contenuti esasperanti, iniziamo ad aspettarci il peggio, perdendo fiducia nelle persone e negli eventi.
Come difendersi?
Ma è possibile sfuggire a questa trappola? Assolutamente sì. Così come abbiamo imparato a riconoscere e combattere fenomeni come il phishing o il click baiting, possiamo rispondere al rage baiting con consapevolezza.
La chiave sta nell’interruzione del ciclo di propagazione. Invece di commentare, condividere o interagire con contenuti provocatori, possiamo utilizzare tre semplici strumenti: downvote, report, block. Abbassando la visibilità di questi contenuti e segnalando comportamenti scorretti, contribuiamo a rendere l’ambiente online più sano e costruttivo.
Alla fine, il potere di cambiare questa narrativa è nelle mani degli utenti. Riconoscere i meccanismi del rage baiting è il primo passo per rifiutarli, segnalarli e insegnare agli altri a fare lo stesso.
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