Una riflessione sul tempo, la pazienza e ciò che resta quando chiudi l’app.
È da tempo che torno su questa domanda. E, a essere onesto, non ho ancora una risposta definitiva. Qual è, davvero, la relazione tra la presenza sui social e i risultati economici?

Non parlo di giudizi morali, né di social “buoni” o “cattivi”. Parlo di realtà. Di lavoro. Di ciò che resta quando il rumore si spegne.

Sappiamo tutti che i social — LinkedIn compreso — sono pieni di professionisti e imprenditori dal successo apparentemente stratosferico. Fatturati esibiti, crescite costanti, risultati sempre in salita. E va bene così: ognuno sceglie come raccontarsi.

Ma a inizio anno mi sono ritrovato a salvare alcuni post molto diversi tra loro, accomunati però da una stessa domanda di fondo:
perché siamo qui?
Perché investiamo tempo sui social?
E soprattutto: esiste davvero una correlazione tra tutto questo e ciò che succede nella nostra vita professionale?

Quando il valore non è nel post, ma in ciò che accade dopo

Uno dei post che ho salvato diceva una cosa molto semplice, ma potente:

“Il valore di LinkedIn non sta in quello che dici, sta in quello che succede quando hai chiuso l’app.”

L’autore raccontava di un cambiamento di clima: da luogo di riconoscimento professionale a spazio dove si parla di tutto, forse anche per paura del silenzio.
E poneva una domanda centrale: quanto di quello che scriviamo qui torna indietro sotto forma di realtà?
Un cliente che chiama. Una porta che si apre. Un invito inatteso.

Il rischio, diceva, è quello di confondere il movimento con il progresso. Like, commenti, presenza quotidiana possono dare l’illusione di stare costruendo qualcosa. Ma se dopo mesi la vita professionale è identica, forse non stiamo creando reputazione: stiamo solo alimentando un diario pubblico con la copertina del lavoro.

Numeri, stanchezza e cambi di registro

Un altro post raccontava una storia diversa, più misurata. Numeri piccoli, dichiarati senza enfasi. Niente titoli altisonanti, niente autocelebrazione. Solo dati, tempo, costanza. E una decisione chiara: rallentare.

“Nel 2026 pubblicherò principalmente articoli. I post mi hanno stancato.”

Non una resa, ma una scelta. Cambiare registro, non sparire. Riconoscere che anche la produzione di contenuti ha un costo emotivo e cognitivo.

E poi c’era il terzo post, forse il più umano:

“Comincio questo 2026 un po’ stanca di LinkedIn. Stanca di investire tempo per pensare contenuti, costruirli, pianificarli… A volte questo social sembra più una prova di resistenza che uno spazio di relazione.”

Qui la domanda non era strategica, ma esistenziale: vale ancora la pena? E se sì, in che modo senza perdere pezzi per strada?

Il rumore, la reach e ciò che non si misura

Tre post diversi, una stessa tensione. La stessa fatica nel capire se il gioco valga davvero la candela.

Il 2 gennaio, dopo quasi una settimana di “astinenza” da LinkedIn, torno online e trovo subito i soliti promettitori seriali: pacchetti AI, appuntamenti a freddo garantiti, miracoli in cambio di un commento. La corsa alla reach è diventata il nuovo badge da esibire. Duecentomila follower come simbolo di successo.

Ma andando oltre il rumore, leggendo i commenti veri, ho ritrovato qualcosa di prezioso.

“LinkedIn è un social come gli altri. Qui si parla di lavoro invece che di palestra o cenoni. La gente ti legge, si fa un’idea di te. E se gli sembri competente, prima o poi ti scrive.”

E ancora:

“LinkedIn funziona quando quello che scrivi continua a lavorare anche dopo che chiudi l’app. Non è immediato, ma quando è autentico diventa un moltiplicatore potente.”

La pazienza come strategia (non come consolazione)

Ed è lì che mi è tornato il sereno. Perché ho realizzato che la sensazione di “sedimentazione” non è un effetto collaterale: è il cuore del processo.

Come nelle relazioni fisiche. Come nel networking di persona.

Lo slow networking funziona proprio perché è lento. Perché dà tempo all’altro di osservarti, leggerti, capire come pensi, cosa fai e — soprattutto — perché lo fai.

LinkedIn, se usato come mezzo e non come fine, permette ancora questo tipo di relazione.
La reach non è alta? I commenti sono pochi? Non è detto che non stia succedendo nulla.

Le persone leggono. E ciò che leggono, se è coerente, sedimenta.Non tutto torna subito sotto forma di fatturato. Ma ciò che torna, quando torna, è spesso più solido di qualsiasi metrica.

Articolo di Alessandro Chiavacci

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